PER PASOLINI




Pier Paolo Pasolini non è mai stato tra le mie ascendenze poetiche, almeno per il mio primo e unico libro…Probabilmente è più presente, ma sempre in maniera molto larvale, nelle nuove cose che vado scrivendo…
Come poeta, lo considero meno potente di Luzi, di Montale di Caproni e di altri italiani e stranieri e meno “poeta” di Sandro Penna…
Dunque, in tal senso, non sono molto lontano da certi giudizi espressi da Giovanni Raboni sul Pasolini poeta.
Non amo troppo una certa ideologia populistico-marxista che si sposa con un positivismo ottocentesco: non amo troppo quel suo carduccianesimo e quel pascolismo depotenziato del Mistero, non amo troppo una certa sua retorica, il didascalismo e l’oratoria…Non sono tra quelli che lo hanno mitizzato e penso che, ad esempio, un Testori che per tanti motivi può essere avvicinato a Pasolini (ma non stilisticamente) non sia stato minore nella comune poliedricità delle loro forme espressive.
Però Testori era considerato un cattolico reazionario mentre Pasolini un religioso marxista con nostalgie evangeliche, per cui il secondo ha avuto le strade spalancate dalla cultura di sinistra che è sempre stata egemone nel dopoguerra, in Italia… Rispetto a Testori, però, Pasolini era, a mio avviso, un po’ più “pretesco” e ideologico, pur nella visceralità debordante che, come molte altre cose, accomuna entrambi…(Certo rispetto al "pontefice" Fortini, ad esempio, si nota meno, anzi quasi scompare questa componente residua, come ho detto in un post precedente...)...
Intendo che Pasolini non è un "prete ortodosso" come Fortini o altri: però ha una componente, diciamo così, protestante che si nota soprattutto nel confronto con il cattolicesimo anarchico, agonico, lumbard e corporale di Testori... In fondo Pasolini parlava e scriveva restando, benché spesso in polemica, ben piantato dentro un certo "palazzetto della cultura" romano...
Ad ogni modo, ritengo che Pasolini sia stata una grandissima figura della cultura italiana del secondo novecento, centrale, importantissima.
E che nella somma delle sue attività, sia stato geniale, profetico e grandissimo…Io amo profondamente quel suo sguardo sacro sulle cose che si esprime soprattutto nel cinema. Il finale di Mamma Roma è straziante, bellissimo come quasi tutti i suoi films degli inizi e della trilogia della vita (amo meno quelli del periodo centrale, un po’ a tesi e schematici)…Amo quella sua religiosità umile, contadina, arcaica, quella sua fame di Cristo, quel suo profondissimo amore per i poveri e i derelitti… Amo quel suo sguardo sempre lirico e tragico sulle cose, quella musica violacea e quaresimale che contrappunta le sue opere…
Io condivido quasi tutto quello che ha scritto il Pasolini corsaro, il polemista, il profeta…Amo il caravaggismo di Pier Paolo: Caravaggio e Pasolini: tragici nella vita, realisti nelle opere, entrambi scesi dal nord e giunti a Roma.

Ma dirò di più: c’è un po’ di Pasolini in me, da un punto di vista umano e, appunto, viscerale…
Così Pasolini è per me qualcosa di segreto che mi appartiene profondamente e a cui sono molto legato e affezionato: una parte di me che custodisco con pudore e intimamente.
Qualche anno fa, era l’alba del 2 novembre…Vidi un uccello scattare in volo… Mi misi di fronte alla finestra ed ebbi come un flash onirico che mi avvicinò a Pier Paolo. Scrissi la poesia che riporto e che non ha ancora trovato una sua forma definitiva…Da qualche tempo, mi ero trasferito a Roma e avevo cominciato a lavorare nel cinema, ma quel giorno ero in Inghilterra…
La sua vicenda, la sua parabola quasi cristica e sacrificale hanno qualcosa di misterioso e di sacro: un angelo caduto da qualche pala di altare di una chiesa romanica…
Ciao Pa'…



2 NOVEMBRE


Stamane, all’alba, un uccello è scattato;
è volato via da un balcone, a colpi
violenti d’ala.
Nell’albergo britannico,
seduto tra la nebbia del mio sigaro,
nella poca luce di una lampada,
ripenso vago.

E rivedo un altro albergo sul lago
e una donna che aveva
la testa dolcemente
posata sul cuscino
verde, dopo la notte
di tacchi neri e cosce bianche e nude…
(odio le donne
che indossano le calze color carne…).

Il medico specialista, che ama
Eliot, a quest’ora dorme; mi aveva
incuriosito, l’avevo seguito
come tutte le figure di folli
dai colori iridati,
presenze che salvano la mia vita
dall’eterno ritorno dei tram
e treni e auto e metro.

In quest’alba, osservando la schiera
anarchica e ordinata degli uccelli,
ripenso a Pasolini come un film
in bianco e nero; e penso all’Idroscalo
e a come sia stata simile,
per amore di donna e non di uomo,
quella mia notte afosa d’agosto
nel ventre cupo e osceno
di viale Togliatti, ai margini di Roma,
calato come un signore feudale
dalle zone bene,
sprezzante del pericolo incombente.

Pasolini ha visto bene tutto, tutto ha previsto:
e i suoi occhi come sfere di cristallo
già vedevano con vent’anni d’anticipo
la Milano da bere,
la città televisiva di nani
e ballerine…
(con tutto il mio amore e l’onore
per le ballerine, quelle vere…).

E rivedo quel campo da tennis,
lontano nella memoria,
e quella donna biondo-angelica
flautata, che appariva
e spariva dietro la rete

e quell’altro rettangolo di gioco
in terra battuta, sui colli fiorentini,
così pieno di mistero
nei modi bruschi e strani
del suo gestore, ex calciatore
che inquietantemente hanno poi ammazzato.

Un uguale mistero
lega i neri delitti
ai voli imprecisati degli uccelli,
agli scatti stupiti dei bambini…
Il Bene e il Male
salgono da uno stesso gorgo
oscuro.

E qui, a London Bridge,
una folla di gente fila via
velocemente.
E ai tavolini dei restaurant-bar
di Madrid, di Parigi, di Roma o di New York,
scimmie umane parlanti
consumano i loro riti digestivi
nel lento sonno d’occidente

faccendieri, truffatori e ruffiani
e politici rotti,
illuminati dalle grazie vellutate
di femmine dalle bellezze fatate.

Così vagheranno senza tregua
i cavalli dei morti e dei feriti…



© 2005 by Andrea Margiotta


Commenti

Anonimo ha detto…
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Anonimo ha detto…
Andrea, guarda che montale dopo Ossi di seppia, ha scritto qualche buona poesia qua e là (inoltre ha pubblicato e scritto troppo poco) e il nobel gliel'hanno dato i poeti laureati. Se parli di forza, beh, non credo nemmeno sia paragonabile a suoi coetanei stranieri (forse nel 1975 si erano messi in testa di dar il nobel ad un italico... meglio e più doveroso sarebbe stato Luzi).
Ciao, Christian
andrea margiotta ha detto…
E le Occasioni e La Bufera e Satura dove li metti?
Sarei d'accordo con te se ti riferissi all'ultimo periodo senile...Non è vero che ha scritto poco, c'è solo stato un intervallo lungo tra la Bufera e Satura che segna un ritorno alla poesia stilisticamente nuovo e diverso.
Montale è il poeta italiano del 900 al quale sono stati dedicati più studi e monografie in Italia e all'estero. Senza di lui probabilmente non si potrebbe capire la poesia di Luzi o di Sereni o di Caproni... Montale è il poeta centrale del 900 secondo quasi tutta la critica italiana ed estera (benché io consideri Luzi non inferiore)...Certo ci furono anche voci discordi come Noventa e altri. C'è chi preferisce Ungaretti...
Sono d'accordo sul Nobel a Luzi (del resto il Mario l'ho frequentato a Firenze...).
Ciao...
andrea
Anonimo ha detto…
Mah Andrea, se prendo anche la più schifosa poesia che ha scritto che ne so alberti (che nel 1935 scriveva New York), e la faccio reagire con la poesia scritta da Montale, e poi comparo i periodo e quanto questi due poeti hanno rifornito di differenze la propria scrittura, credo non ci siano paragoni. Differenze ci sono state, ma Montale non ha scritto sei tomi di poesia come Pasolini, né può paragonarsi ad altri quali Luzi o Caproni per varietà stilistica e profondità semantica. Ha inaugurato la stagione del quotidiano, alle volte con degli eccessi autoreferenziali che non permettono oggi come oggi l'avventura all'interno del testo, cosa che Bigongiari (altro dimenticato) chiamava moto stellare di senso. Credo sia stata una buona esperienza, ma valutarla come l'ascendenza della tradizione, o la linea a cui si dovrebbero riferire i poeti oggi (non sto parlando di te) mi sembra quanto mai inappropriato anche perché tale è stata la ricchezza della poesia italiana del novecento, ancora da scoprire, che se guardo, oggi, gli scritti di Montale e non mi fodero gli occhi e guardo altri, mi rendo conto che quell'esperienza è limitata. Con tutto il rispetto per il lavoro di ognuno, cmq.
ciao C.
andrea margiotta ha detto…
Caro Chris,
non sono io che devo ribadire la centralità di Montale nella poesia (italiana ma anche europea del 900): ci hanno già pensato Contini e tanti, veramente tanti altri critici...Pensa che perfino un poeta americano contemporaneo bravissimo come Charles Wright (leggi il suo Crepuscolo americano edito da Jaca Book) ha una chiara "discendenza" montaliana (infatti lo mette tra i suoi maestri con Pound e Dante, pensa...)...
Il fatto è, ti ripeto, che Montale ha esercitato un'influenza senza pari sulla poesia che è venuta dopo: che non sarebbe stata uguale senza di lui (e naturalmente gli scambi sono stati anche reciproci e non a senso unico)...Montale ha scritto meno di altri ,probabilmente, però ci ha lasciato un grande organismo di senso che è l'Opera in versi einaudiana curata da Contini e Bettarini, un vero e proprio Canzoniere strutturato...Se è per questo, Il Ghepardo di Recanati ha scritto ancor meno versi di Montale, così come Sereni e con poche differenze stilistiche...Penna non ha mai mutato la sua poesia immobile, naturale e incantata...Strano il tuo modo di giudicare un poeta dalla copiosità dei suoi scritti e dalla presenza di molte differenziazioni stilistiche...Io ti dirò invece che, quelli che scrivono a getto continuo - e penso ai Neruda ad Alberti e alla Merini, ad esempio, - disperdono anche molto...Hai citato Alberti che non è certo lontanamente paragonabile all'altezza di Montale che semmai può gareggiare con Eliot (perdendo...).
Alberti è uno di quei poeti che ha scritto troppo e non tutte le zone sono attive (così come PPP o il Montale estremo e senile)...
Alberti è uno di quei poeti (ripeto come Neruda) che fanno storcere il naso a molti ( a me personalmente piacciono perché ho una concezione della letteratura molto legata alla vita e alla verità e alla bellezza più che alla capziosità delle forme entro cui si organizza il senso...)...
Quanto alla profondità semantica di cui parlavi, penso proprio che Montale (all'altezza delle Occasioni e della Bufera) non tema confronti...
Da un po' di anni in qua, ci sono alcune strane demolizioni che non capisco: Montale, Conte, come volersi liberare da personaggi ingombranti che avevano avuto una centralità (uno in tutto il novecento del dopo Ossi, l'altro negli anni 80 del postmodernismo)...Anche D'ELia, pare... Non capisco francamente queste nuove parole d'ordine della critica...
Infine dici che se guardi l'esperienza montaliana ti rendi conto che quell'esperienza è limitata: be', caro Chris, quale esperienza umana e poetica non lo è?...
Semmai possiamo cercare di capire perché Montale, in poco tempo dall'esordio, si fosse trovata subito addosso un'attenzione critica senza pari come oggi mi sembra accada (meritatissimamente) a Luzi che resta però ancora molto poco amato da certi irriducibili legati alla neoavanguardia o persi in varie ideologie pregiudiziali...
Chi pare godere di un favore molto largo, oggi, pare essere Caproni che invece aveva pagato molto una prima sottovalutazione ...Ma credo che, tra i molti esaltatori di Caproni, ce ne siano non pochi che lo hanno letto male facendone un nichilista...(Caproni non lo era, così come non lo era Leopardi...)...
Sono poeti in cui il senso religioso si esprime in una maniera forte, commovente e drammatica...Caproni è un grande...
Leopardi, ancor di più...
Anonimo ha detto…
Andrea, mi dai modo di spiegare alcuni miei pallini, ed un fatto in particolare, ovvero di quannto alle volte sia distante la "nostra" forma mentis di persone che vivono in un ambiente letterario dal sentire comune, delle persone comuni, riguardo alla poesia (aspetto su cui io mi sono interrogato per trovare una possibile via di mezzo, che certamente mortifica, alle volte, anche il mio essere più sperimentale)... Esperimento: apro a caso il tomo meridiani di Montale (perdonami il mio essere maldestro, ma faccio il lettore medio, probabilmente anche ignorante di poesia, che deve decidere se comprare un libro o no) e viene fuori una poesia da Satura (1971), IL RASCHINO - "Credi che il pessimismo/sia davvero esistito? Se mi guardo/d'attorno non ne è traccia./Dentro di noi, poi, non una voce/che si lagni.Se piango è un controcanto/per arricchire il grande/paese cuccagna ch'è il domani./Abbiamo ben grattato col raschino/ogni eruzione del pensiero. Ora/tutti i colori esaltano la nostra tavolozza,/escluso il nero." Ecco qui viene fuori il solito atteggiamento montaliano di distacco meditativo che porta al paradosso, un paradosso volutamente, sempre, sospeso sul quotidiano (spesso mi viene da chiedermi: ok, mi hai raccontato questo, ok non sappiamo, ok capire non si può, però dai facciamo uno sforzo, ho capito che ci tenti anche tu Eugenio, sì sì lo so che tra le righe ci sono degli orientamenti, se vuoi, morali; ok sei bravo a descrivere il tuo pensiero), ma dei tuoi pensieri, del tuo quotidiano, a me importa. Se sì, come?

Il fatto, almeno a me questo capita nei confronti di Montale, mi interrogo se veramente me ne frega, veramente se sia rilevante, veramente quanto mi dona, quanto possa spaziare, riflettere. E alla fine non è che ci trovo tutta questa miniera, dei buoni materiali sì, ma non la gamma delle possibilità formative...

Apro a caso una pagina del tomo (parziale, della mondadori) di Alberti: apro sui ritorni (1956). Ritorni di una sera di pioggia

"A quest'ora starà piovendo, sciogliendosi la nebbia/anche laggiù nei golfi delle mie morti,/dei miei anni ancora vivi, senza morte." questi sono i primi tre versi, non vado avanti... Ma è spazio, su cui poi Alberti crea (come faceva un altro grande dimenticato della nostra letteratura, Quasimodo) la sua riflessione personale. Alberti crea spazio, mondi, possibilità, se sospende un paradosso, lo fa per un fine plastico dell'immagine o del suono.

Se devo scegliere tra una traduzione di Alberti, e una raccolta di Montale, come stupido ignorante lettore, beh, non ci penso un attimo, scelgo Alberti, perché è capace di interessare, spiazzare il lettore, rinfunzionalizzando la propria poesia periodo dopo periodo, aspetto di una ricerca e di un metodo, con una profondità ed una sensibilità sonora altissima (lo stesso ritorno alla canzone di questi e di Lorca, risolve la poesia da un punto di vista sonoro molto più qualitativo di quanto non abbia fatto montale, anche perché non era suo interesse; in italia, da questo punto di vista, meglio parlare di Pavese).

Perdonami, forse (a proposito di "forse", quante volte l'ha utilizzato montale?) hai ragione tu, Montale è davvero bravo, ma è terribilmente palloso, ritmicamente sempre il solito, e prevedibile. E i critici possono anche dire, innalzare i miti; sono riusciti anche ad innalzare Zanzotto, che del suo periodo sperimentale c'ha qualche buon testo in galateo, poi è tutto sonno nella foresta di un linguaggio, direi da potare, se vogliamo che fiorisca anche per altri "poeti".

Un ultima cosa: non è detto che un poeta sia un grande poeta poiché capace di influenzare la scrittura di altri poeti; un poeta, secondo me è un poeta, perché irripetibile, e Leopardi, come hai ben detto, lo era.

Abbraccio, C
andrea margiotta ha detto…
Anch'io non sono un fan di Zanzotto benché ne riconosca il valore: Zanzotto è un poeta da leggere tutto ammirandone il Grande Stile e le magie paesaggistiche e linguistiche e trattenendo quel che rimane da codesta lettura...
Ripeto che son d'accordo con te sul Montale ultimo e senile (il Raschino viene da quel periodo)...
Amo il Montale delle Occasioni e della Bufera: noto felicemente che anche Raboni era su questa linea di pensiero...
Attenzione sull'aspetto sonoro: la poesia di Montale è stata una delle più fonosimboliche del 900 italico ...Ciao Chris...
Anonimo ha detto…
Ti sei smussato un po' Andrea? Convergo anch'io, ma non glel'avrei dato il nobel.
C.

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