Elogio di Pamela Anderson



Qualche tempo fa, trovandomi a passare per via Veneto e guardando le vetrine di una libreria, mi è capitato di notare due libri vicini, di diverso formato e genere; il primo era una raccolta di fotografie, di colore nero ai bordi e con al centro una bella foto di Pamela Anderson, il secondo un romanzo di un autore di cui non faccio il nome …
Di solito, nello scegliere se comprare o meno un romanzo, mi fido di 3 cose 1) il mio fiuto e cultura personali 2) l’incipit 3) circostanze misteriose o fattori astrologici o contatti sciamanici con l’Assoluto …
E ammetto di non aver ancora svolto tali pratiche per quanto concerne il suddetto romanzo di cui taccio il nome dell’autore … Dunque sono in difetto …
Ma lasciatemelo dire: sapendo le relazioni dell’autore del romanzo, essendo un po’dentro, per amicizie romane, alle cose di lui (o di lei), immagino che qualche aiutino o aiutone lo avrà avuto …
Ed ecco allora l’illuminazione: nessun dubbio che, tra i due libri in questione, avrei scelto mille e mille volte la raccolta delle foto di modelle con Pamelona in copertina …
Sarò un tipo da spiaggia con predilezione per le bagnine?
Italiani, continuate pure a fare i furbetti o i piccoli ras da quartierino! Continuiamo così, facciamoci del male … (O – guardando Pamela Anderson – del bene ;-))) …
Serietà, ragazzi, nelle cose di cultura o arte … E cazzeggio nel tempo libero …
Meglio quando eravate dei semplici e poveri contadini, anche perché, in fondo in fondo, lo siete rimasti, sia pur con il macchinone, il trafficone, il cementone e tre telefonini a figlio …


a.m

Commenti

Anonimo ha detto…
L'omino coi sogni


Prefazione

Questa storia comincia così, un po’ come la strada sotto le mie ruote motrici coadiuvate da un cambio marce un po’ difettoso che se non conosci non sai usare.
Tra palme e luci gialle di lampioni ai bordi di un litorale quasi americano e su un asfalto bagnato da una pioggia ne troppo leggera ne troppo fitta, una pioggia che scazza.
In una notte scazzata che sarà lunga a finire.
La radio accesa al minimo appena mi distrae dal mio andare, chissà poi su questa strada che conduce a casa.
Tornare a dove tutto è cominciato.
In una indecisione. Impossibile da raccontare alla perfezione.
Posso metterla in termini di diario. Scrivendo, parlando, è semplice raccontare una serata di vita vissuta.
Ma quando è passata? Senza rimpianti inventerò qualcosa, per animare un po’ questo diario, forse perché agli occhi di qualcuno potrebbe non apparire poi così straordinario.
Diario di bordo di uno qualunque su ruote motrici e col cambio difettoso su una strada dritta fino a casa, che a volte un poco si curva, una strada stanotte appena bagnata da una pioggia confusa che non sa se aumentare o lievemente, in silenzio, morire. Nel mare, tornare a dormire.


capitolo uno

Un bus sulla strada del mare...



Fremevo, non stavo più nella pelle.
Era un posto per me bellissimo. E ci venivo d’estate. Potete capire. Sole e mare, spiaggia dorata, amici che non rivedi da un anno e che riconosci come fratelli. E poi ragazze, serate, nottate infinite, con sole che si affaccia dal mare immane sul telo insabbiato dal sapore di sale che copre il tuo corpo e il suo,lei che si allunga per baciarti, stesi su un lettino largo circa un metro.
Che cos’è l’estate per un ragazzo adolescente.
Dolce delirio, spazza la mente, da studio, grigiore, inverno.
Io ho scelto di vivere qui.
In quest’estate.
Quella che c’è nella mia mente.
E pensandoci un attimo in più mi ci sono trasferito anche fisicamente.
Non sapevo bene cosa scegliere come via universitaria.
E allora mio padre ha scelto per me.
In luglio il colore di una libertà attesa, dall’ultimo ottobre, dell'ultimo anno di scuole superiori, inebriava qualsiasi cosa e persona, intorno, da farti tornare bambino, era solo l’inizio.
Così scelsi di stare qui.
La mia estate non poteva finire a settembre, doveva durare per sempre, eheh, almeno per un po’, almeno i tre anni di laurea di primo livello.
Così mio padre scelse per me. E io accetai di buon grado la decisione presa.
Una facoltà di economia. Di un ramo manageriale.
E io continuavo a divertirmi, a godermi fino all’ultimo la mia vacanza.
Gli anni prima ero il primo a partire, lasciavo sempre gli amici alle ultime giornate di mare, quando c’era ancora tutto da finire e stavolta ero io l’ultimo a salutare. La situazione cambiava, si invertiva, chissà se mi sarebbe piaciuta. Pensavo.


Ricordo che per le prime lezioni, comprai delle camicie e pantaloni nuovi. Era come il primo giorno di scuola alle elementari, ma stavolta senza fiocco sul grembiulino.
Le lezioni cominciarono i primi di ottobre, e fino a quei giorni, io avevo assistito allo "spopolamento" che il paesino di mare subiva dai turisti anche se le belle giornate continuavano, alcuni di loro, alcuni
vicini, parlo di loro, tornavano ancora ma solo il fine settimana, il sole era ancora caldo e c’era ancora una fila d’ombrelloni.
Una ragazza, Lina, veniva a pranzo da me quasi tutti i giorni.
Mio padre veniva a trovarmi una settimana si e una no, tanto per vedere come me la cavavo, per farmi la spesa, e per la macchina, che ancora non sapevo guidare bene, ma che mi faceva sentire adulto su un lungomare baciato dal sole.
Stavo bene. Davvero bene. Cominciavo ad assaporare l’indipendenza, la responsabilità di gestire una casa da solo, di uno stipendio pagato, pur senza avere un vero e proprio lavoro.
I miei, mi versavano su una specie di carta di credito 300 al mese, e che bellezza amministrare le spese!
La mattina andavo al mare, non c’era nessuno, per me era impensabile, su una spiaggia che conoscevo solo d’estate. L’avevo vista deserta, sfatta, sporca e ingiallita in qualche pasquetta, ma a settembre era diversa. Era unica e fatta apposta per me.
La casa invece la conoscevo da sempre: villetta a due piani a due passi dal mare, due passi contati, da fare a piedi nudi, dopo un bagno, e nonna che metteva un panno bianco sulla ringhiera del balcone, segnale che il pranzo era pronto e che era ora di uscire dall’acqua e di tornare.
Io stavo al secondo piano, al primo ignoravo cosa ci fosse, era in affitto ad una robusta signora, brutta davvero, di Roma, amica della nonna, inquilina da più di dieci anni. Sapevo solo che la struttura era uguale all’appartamento di sopra dove vivevo, stessi balconi, stesse camere, io immaginavo anche i pavimenti, i bagni e le porte, i quadri e le sedie, le tende alle finestre e le coperte dei letti.


Questa signora aveva un figlio grande e grosso dai capelli rossi, antico nei modi di salutare, sempre con le bretelle per i pantaloni, riservato e fugace nello sguardo e nel modo di parlare. E due filippini, penso moglie e marito, sempre sorridenti.
A volte portavano un cane.
Anche noi ne avevamo uno, di piccolissima taglia, ma era ritornato in città con mia madre e mio fratello.
Vivevo solo. E la cosa mi piaceva, aveva un suo fascino.
I primi tempi all’università, nell’aula 31, dove ero un numero di matricola neanche tanto chiaro, era interessante quella struttura di sedie in legno col banchetto al bracciolo ripiegabile come un foglio su cui scrivere.
Ad ottobre seguivo i miei primi quattro corsi del mio primo anno, tra economia e matematica che poco mi piaceva, psicologia e un laboratorio di un professore stravagante.
Camicie nuove e un po’ di distanza, studiavo la situazione, per prenderla al meglio.
Sedevo quasi sempre da solo, in un posto qualunque ma quasi sempre nella stessa zona, rialzata ad auditorium nell’aula 31.
E cominciavo ad arrivare in ritardo, a lezione cominciata, quarto d’ora accademico superato, entrata dalla porta principale con occhiali scuri, e già dallo scatto del pomello, vedevo di fronte una massa di gente seduta composta tra penne e banchetti ripiegabili girarsi verso l’entrata, poi verso di me, seguirmi un attimo con lo sguardo, e poi ritornare alla lezione del professore, o della professoressa per il corso di matematica, io che chiudevo la porta cercando di limitare il rumore, inevitabile distrazione per più di cento persone. Andavo a sedermi senza destare più di tanto interesse.
Il tragitto di circa sette chilometri da casa all’università lo percorrevo in autobus di linea. Linea 1 per la precisione, circa ogni quarto d’ora, panchina in marmo, fermata nera e gialla, versante entroterra, a sei passi dal mare.


Questa comodità dell’autobus ogni quarto d’ora mi aveva convinto del fatto che se avevo lezione alle otto, avevo almeno un quarto d’ora accademico, e quindi la mia sveglia non necessitava di sbroccare alle sette meno un quarto, ma con calma a un quarto alle otto. Non avevo fatto i conti con il traffico e soprattutto con me stesso.
Camicie pulite e precise, senza mamma che stira, richiedevano tempo ed applicazione, sapone e libretto delle istruzioni della lavatrice, che a dir la verità imparai ad usare quasi subito.
Il vero problema era stirare. Ma con Lina in casa, era risolto, per non schiavizzarla, ogni tanto facevo i piatti.
Lei veniva a pranzo da me tre o quattro volte la settimana, io avevo lezione fino alle due del pomeriggio, lei staccava verso quell’ora, ci ritrovavamo e pranzavamo alla fine, tra una cucinella e un’altra alle tre del pomeriggio, a dir la verità il corso all’università finiva verso l’una e mezza, poi c’era l’autobus, stracolmo di ragazzini delle scuole medie che tornavano come me a casa, se andava bene riuscivo a salire. Autobus stracolmi, davvero da non crederci.
Ne passava uno dietro l’altro, visto il traffico dell’ora e quindi fermo sotto la pensilina coperta guardavo il primo stracolmo arrivare da viale d’annunzio, me ne accorgevo che era strapieno fin dalla caserma dei vigili del fuoco, e quando arrivava alla mia fermata, ne salivano altri, di ragazzini, forse dell’istituto alberghiero vicino alla mia facoltà. Aspetto il prossimo mi dicevo.
E il prossimo era quasi sempre come il precedente. E allora salivo. Rimanevo quasi sempre appoggiato alle porte centrali. Le porte degli autobus, pieghevoli come i banchetti delle sedie dell’aula 31, con i piedi puntati sul gradino e la schiena contro le vetrate gommate. Spesso dovevo scendere per agevolare l’uscita di grosse signore con borse invadenti e allora ad ogni fermata, forse una si e una no, mi spostavo dalle porte a soffietto, scendevo dall’autobus, aspettavo che qualcuno si facesse spazio tra la folla e scendesse, e risalivo, porte che si richiudevano.

Ogni tanto pensavo a quanto poteva essere comico se per far scendere qualcuno alla sua fermata, non ci restassi anch’io, con l’autista che chiude in fretta le porte e sgasa sulla prima marcia ripartendo e lasciandomi lì, stupito e disilluso.
La mattina era diverso. I viaggiatori erano di una razza particolare. Anziani che passeggiavano seduti comodamente, signore di colore con passeggini e bambini, gruppetti di ragazzini che steccavano la scuola perché era una bella giornata, e che ad ogni macchina familiare si nascondevano tra le loro cartelle. C’erano anche i matti. Quelli forse più di tutti.
Un vecchio con un fischietto. Quando scendeva alla sua fermata fischiava. Forse si credeva un capostazione e l’autobus ripartiva.
Un omone alto con gli occhiali scuri.
Un vagabondo con una scatola di scarpe legata con uno spago con un fiocco. Questo parlava con il sedile vuoto che aveva di fronte.
Una signora vestita come una ragazzina.
Ettore, che raccoglie qualsiasi cosa e che abita vicino casa mia.
Ettore. Ettorino.
Un signore sulla sessantina, forse di meno, la pazzia a volte ti invecchia agli occhi degli altri, raccattava qualsiasi cosa agli angoli dei bidoni della spazzatura, sempre con le sue tre o quattro buste di
plastica, la sua bicicletta giallo fosforescente il cappello di lana e la sigaretta spenta attaccata al labbro superiore.
Lui lo trovavi dappertutto. Anche a distanze imprevedibili. Ne avrà fatti di chilometri quel matto sulla sua bicicletta.
Io lo saluto sempre, per me, non è poi così matto. Per me cerca tesori tra ciò che gli altri hanno scartato. Ciò che per qualcuno è niente, per qualcun altro può essere molto. Anche un tesoro se ti credono mezzo matto.
Forse non ti credi accettato dal mondo, o forse, meglio ancora, non accetti il tuo mondo frivolo e superficiale, e quindi ne crei uno identico e spiccicato con le opportune fantastiche modifiche che gli vuoi apportare.

È questa forse pazzia?
O è una opportuna controffensiva all’incombente pazzia del mondo schifoso in cui ti ritrovi?

Una sera, nel quartiere vecchio. Era lì. Solo e senza la sua bicicletta.
Io ero con Arianna, camminavamo a passo svelto per tornare alla macchina, c’era vento e avevo la macchina al di là del ponte. E in mezzo al selciato antico tra i locali quasi spenti, Ettore aspettava.
Io l’ho salutato,
lui mi ha guardato e poi con una lucidità eclettica mi ha detto: torni a Francavilla, me lo dai un passaggio?
Non torno a casa adesso. Così gli ho risposto.
E lui mi ha guardato malinconico soffiando il fumo dell’ultimo tiro della sigaretta ancora tra le labbra ormai che bruciava il filtro, e quasi sospirando gli è uscito un lamento, una cosa che faceva ehhhh che mi è arrivata come un treno dritto al cervello e mi ha reso una faccia strana.
Ehhhh un lamento sospirato a questo mondo che non ti vuole, che ti evita ma ti saluta. Che non ti aiuta.

E Ettore per me è un signore. Continuerò a salutarlo sempre. E se mai dovesse chiedermi ancora un passaggio per tornare a casa, potrebbe farmi sentire più umano.
Questo autobus, nel suo tragitto, ha una cosa bella. È un muretto di mattoni gialli che divide la strada dal mare, dalla spiaggia, sei scalini e poi il mare, e si vede bene.

Cioè la strada che faccio è tutta di fianco al mare, parallela al confine potrei vederlo quando mi
pare, al semaforo per esempio, ma da lì mi piace in modo particolare. Da quella mattina, quando ci andai con Arianna.

Mi disse: Sò che c’è qualcosa di speciale dentro di te, questa mi attira a te, palpita dentro di me appena, e cresce quando ti vedo.
sento un buon odore di pane.

Arianna, tra le cose che non t’ho detto perchè sono un timido forse stupido
c’è che ti amo, che ti ho amato da subito.


È seducente. E se sto in macchina e guido io quel pezzo di mare me lo perdo sempre. Ecco, perché oggi, anche se ho una macchina mia, ogni tanto prendo l’autobus per andare dove devo andare. Un po’ per i pazzi, un po’ per quel mare.

Una volta un omone grande e grosso, in un cappotto nero, occhiali neri, pochi capelli bianchi era con me, e con tanta altra gente, sul numero 1 forse le dieci del mattino corsa ad andare.
A vederlo distratto sembrava uno qualunque, ma da sotto quel cappotto lungo e quasi pulito uscivano le gambe di un pigiama bianco a strisce blu e rosse che finivano in due leoni di peluche. Due leoni con tanto di criniera e di baffi. Con la lingua rossa.
E a guardarlo meglio, la postura di quest’uomo era ambigua, stava con le braccia incrociate, attaccato ad un palo per tenersi, ne avete idea? Abbracciato al palo, stretto, quasi che stesse per scappare,il palo, e in bocca il biglietto della corsa, in bocca, un sopracciglio che ogni tanto spuntava da solo, sopra le lenti nere avvolgenti. La gente intorno non lo ignorava, lo guardava e rideva, commentava un po’ impaurita, come se avesse sotto la giacca una bomba. Un bimbo!
Ad un certo punto l’omone ha cominciato a strillare, sempre abbracciato al palo: fatemi scendere... fatemi scendere! Devo andare in farmacia!

Una signora dalla bocca ironica gli ha detto: se vuole scendere, deve suonare...
Ma l’autista non si è fermato e poi per la fermata vicino la farmacia mancava ancora più di un chilometro.
Poi è salito un controllore alla fermata successiva e qui l’omone ha cominciato davvero ad agitarsi, a camminare avanti e indietro tra le persone, staccandosi dal palo a cui era affezionato per uno più lontano, per poi tornare a quello a lui caro. Con lo strusciare delle babbucce a forma di leone con dentro i suoi piedi.
Al che il controllore è arrivato a controllare metà autobus, e l’omone quasi si era calmato, tentava l’indifferenza. Voleva mimetizzarsi per sfuggire al suo cacciatore.
Si è riattaccato al palo, quello caro, e il biglietto se l’è mangiato. L’ha trangugiato, masticato tre o quattro volte e poi ingoiato, con difficoltà fantozziana.
Il controllore l’ha guardato con sguardo inquisitorio e poi gli ha chiesto: lei ce l’ha il biglietto signore?
Ehhh, no!
E perché no, signore?
Ehhh, Perché avevo fame e...
E non aveva altri soldi per mangiare...
Ehhh, me lo sono mangiato. O meglio, ha detto: me lo so magnet! In dialetto abruzzese.
Come l’ha mangiato? E scusi... ha detto il controllore quasi ridendo, come faccio adesso io a controllarlo?
L’omone si è staccato dal palo, si è messo in posa puntando i piedi per terra, e dritto impostato incrociando le braccia per mandarlo per bene e sorridente gli ha risposto: aspetta che caco!
Quella mattina a lezione avevo uno strano sorriso, la giornata mi sembrava più leggera.



Camera con vista - capitolo due



Nel rinnovarLe la solidarietà "in barba" alla cultura spicciola e superficiale "da vetrina", aspetto un Suo commento critico alla mia "opera da cassetto".
Con stima.

E.V.

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