Una risposta a Fabiano




Be’, Fabiano caro, ovviamente io sono arci-d’accordo con te…E questo non vale solo per la poesia…La cosa che mi colpiva del centro di Parigi era come loro tenessero bene i luoghi di memoria culturale e storica…per esempio, la casa di Victor Hugo; ma era tenuto bene proprio tutto il centro…Senza poi contare i soldi pubblici che loro destinano alla cultura, al cinema…(benché io creda che il cinema debba essere un’ industria, come negli USA…questo aiuterebbe anche i prodotti d’arte…)…L’Italia purtroppo esce sempre male, qualsivoglia confronto si faccia, da un punto di vista culturale; anche con realtà economicamente fragili come i paesi dell’est o certi paesi orientali…Ho già detto di come mi colpisse uno sfogo di Luzi, in una trasmissione registrata trasmessa in notturna, che appellava l'Italia come il buco nero in Europa per la poesia… Io stesso sono stato un “miracolato” perché mi hanno addirittura permesso di fare una trasmissione sulla poesia su Rai2 (ed era una cosa sulla poesia-poesia, non un quizzetto o una garetta in cui la poesia fosse un pretesto edificante): però alle 3 di notte! Penso che sia un problema di civiltà…Io non credo che l’Italia sia un paese civile, o meglio, il tipo di civiltà italiana non mi corrisponde, non è la mia, è solo un mix di retorica e politica…Troppa politica, davvero troppa…E troppo potere pseudoculturale ai giornalisti, categoria che detesto (diceva Balzac: "il giornalismo, se non ci fosse, bisognerebbe soprattutto non inventarlo"…)…Con questo, non nego che ci siano giornalisti che mi piacciono, per esempio Giulianone Ferrara e qualcun altro…Ma è la categoria che ha troppo potere sulle coscienze: questo non è giusto…(e ciò accade perché i giornalisti sono più facili da manovrare, rispetto agli intellettuali o agli scrittori, dal potere politico-economico che usa, anzi non usa la cultura, per tenere basso il livello umano della gente e favorire la politica dei larghi consumi)...
Ad ogni modo, è un problema complessissimo, con motivazioni antropo-storiche… Paradossalmente, il popolo italiano passa per uno dei più geniali al mondo, proprio per la creatività (anche se, internazionalmente, lo si nota solo nella Moda)…L'Italia ha uno dei più grandi patrimoni culturali artistici del mondo... Grande creatività certo, ma grande incuria, grandi sperperi, grande disattenzione… Io non so se sia un problema legato a fattori storico-economici o proprio a una caratteristica antropologica degli italiani…Qualcuno qui parlava dei paesi dell’est: be’, nessuno ama la poesia più di un russo: per loro la poesia è tutt’uno con la Madre terra e la Russia… Blok diceva, stranamente, che i russi assomigliassero ai meridionali italiani: ma forse aveva in mente i meridionali di un tempo, nell’Italia agricola nostalgicamente (e giustamente) rimpianta da Pasolini…In Ungheria, in certe fabbriche, si leggevano pubblicamente e collettivamente poesie: non so se fossero poesie di propaganda sovietica di regime, so che era una cosa usuale… T’immagini alla Fiat, la mattina alle otto, tutti gli operai che stanno ad ascoltare letture di poesia italiana? Eppure, non tantissimi anni fa, un uomo come Adriano Olivetti aveva dato vita a un progetto ideale di fabbrica dal volto umano; non per nulla, poeti come Fortini, Sinisgalli e Giudici, o critici intellettuali come Pampaloni, ad esempio, lavorarono per Olivetti…Di quell'ideale olivettiano, non erano troppo contenti né i padrun né i sindacati: tantomeno i marxisti...
Dunque, se non fossi un italiano, molto italiano e molto anti-italiano allo stesso tempo, andrei via…Ma io sono molto legato alle mie radici…Per questo, cerco di sparare il meno possibile sulla croce rossa (cioè sulla disattenzione italiana per la cultura) e di essere realista: quando posso, combatto nel mio ambito per un’immagine ideale di società umana e civile: che poi per me è l’epoca medioevale d’occidente (prima di Boccaccio), un’epoca santa benché ignominiosamente mistificata da tanta storiografia giacobina che ne voleva assolutamente dipingere il volto buio e reazionario, per l’utopia di un progetto, apparentemente umanitario, ma sottilmente anticristiano e, ultimamente, anti-umano (le conseguenze si sono viste nel tempo, fino ai giorni nostri)…Io so che, nel medioevo, un artigiano fabbricava un oggetto cercando solo di farlo bene: importava, contava il lavoro ben fatto…Non si vuol dire certo, che in quei tempi non vi fossero peccatori, ladri assassini: Dante certo non risparmiò aspre accuse e invettive...La differenza, rispetto ad oggi, risiedeva probabilmente nella diversa coscienza del peccato e del male: la persona, la coscienza umana era maggiormente unitaria...La campana della Chiesa scandiva le morti, le nascite, le stagioni, il tempo: che era un tempo sacro, come dire, nell'aria che si respirava, anche se magari si poteva scegliere di passare una serata in osteria...Si partecipava a una mentalità comune e visione del mondo unitaria; in questo senso, lo storico Bloch parla dei medioevali come di un popolo di credenti, accomunati dalla religiosità (in senso etimologico come dipendenza originale, legame con il Dio) - “Popolo di credenti, si dice volentieri, per caratterizzare l’atteggiamento religioso dell’Europa feudale. Se si intende dire così che qualsiasi concezione del mondo da cui fosse escluso il soprannaturale restava profondamente estranea agli spiriti di quell’epoca; che, più precisamente, la loro visione dei destini dell’uomo e dell’universo si inscriveva quasi unicamente nel disegno tracciato dalla teologia e dall’escatologia cristiana, nelle loro forme occidentali, nulla di più esatto.” (M. Bloch, La società feudale, 1949 Einaudi) ...E, dunque: -"Questa "eccezionale sensibilità alle pretese manifestazioni soprannaturali suscitava negli animi una costante e quasi morbosa attenzione a qualsiasi specie di segni, sogni, allucinazioni" M.Bloch, op.cit.
Che differenza c'è tra l'uomo medioevale e quello contemporaneo? Che l'uomo contemporaneo è più solo di fronte alla morte...Con l'ascesa della borghesia mercantile, si diffuse la mentalità del fabbricare una cosa con l’attenzione al guadagno che se ne poteva trarre…Il processo di disgregazione dell'Io comincia già ai tempi del Petrarca, splendido esemplare e testimone... In un certo senso, aveva ragione Marx quando diceva che tutto quello che diventa oggetto di interesse economico tende a corrompersi (poi ha “scazzato” sul generale…)…Ma prima di Marx (che era ebreo dunque lettore d. B.), molto, molto prima, c’era il racconto biblico del vitello d’oro, l’Idolo che aveva sostituito Dio…Non sentendo più l’unità col Dio vivente, la si cercava con un surrogato materiale, di materiale prezioso…
Oggi, alla base di tutti i problemi del mondo, all’origine di tutto ciò che non funziona, dalle guerre all’ inquinamento, ai rapporti di coppia, c’è proprio questo: il Vitello d’Oro, (più propriamente, il Denaro) che è stato messo al posto di Dio nelle cure dei più…Ma questo non dipende dal capitalismo (che è soltanto un sistema economico come un altro), non è colpa del capitalismo: è colpa della paura, della solitudine, della sordità dell’uomo; dell’ignoranza sui suoi desideri più profondi…L’uomo non ascolta il Cuore (in senso biblico, come complesso di esigenze ed evidenze originali)…Gli occhi dell’uomo, non vedono più…
Diceva Eliot: "È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?"
Senza fare i catastrofisti, l’unica cosa seria è combattere, lottare con pazienza, umiltà e letizia, per un’Educazione al bello al giusto e al vero…E, come diceva Pasolini: "Se qualcuno ti avesse educato, non potrebbe averlo fatto che col suo essere, non col suo parlare"…
Per questo io credo che quello sull’Educazione, (e sulla libertà di educazione che non deve essere statale e centralizzata), sia uno dei temi chiave e strategici e urgenti in codesto povero Paese ucciso da una minoranza di avidi imbecilli ignoranti, ignoranti sull’uomo, purtroppo spesso con poteri che non meritavano…


PS Fabiano Alborghetti, tra le altre cose, nel 2006 ha pubblicato l'Opposta Riva (Lietocolle Libri)...
Rispondo al suo post #24, al link che trovate cliccando sul titolo...

Commenti

Anonimo ha detto…
Adriano Olivetti non era cattolico, come scrivi. Aveva un padre ebreo e una madre protestante (e per lui questa combinazione era la migliore possibile, come gli fa dire Natalia Ginzburg in Lessico famigliare).
Pierluigi
Anonimo ha detto…
Sì lo so...Montanelli diceva però che non risultava lo fosse di stretta osservanza; la cosa che lo caratterizzava come ebreo era proprio l'Utopia (tutte le più grandi Utopie nascono in seno all'ebraismo: sono la grande attesa)...Mi deve essere sfuggito mentre pensavo al fatto che molti cattolici lo avevano preso come modello di buona politica aziendale...Era amico di una mia prozia suora che viveva a Ivrea...Grazie...
andrea
Marco Ricci ha detto…
Salve Andrea,
nel tuo post ti chiedi se [il degrado civile italiano] sia un problema legato a fattori storico-economici o proprio a una caratteristica antropologica degli italiani.

La domanda è interessante. Personalmente credo che i fattori in gioco siano stati moltissimi e limiterei abbastanza il fattore antropologico, per il semplice fatto che l'Italia non è neppure oggi una nazione antropologicamente omogenea, figuriamoci cento o duecento anni fa.
I fattori che hanno inciso, a mio parere, sono stati due.
Il primo è che fino al 1870 - ma a pensarci posso estendere questa data molto oltre - in Italia esisteva una sorta di teocrazia. Distinguendo in maniera ferma ciò che è religione e religiosità - e quindi il rispetto che a queste si deve - dal governo di uno Stato da parte di una struttura religiosa crea danni inenarrabili, per il semplice fatto che uno Stato, in conformità con i tempi che cambiano, deve ammodernarsi, cambiare il suo funzionamento, cambiare i pilastri su cui si basa. Una religione - o un qualsiasi altro sistema dogmatico - non può farlo, pena la sua distruzione. La commistione religione-stato ha fatto si che neppure lo stato e i fondamenti della società potessero mutare, così come le dottrine filosofiche e scientifiche in contrasto con la religione potessero divenire filosia e scienza dello stato. Il popolo, a quest o punto, deve diventare bue. Non deve sapere e deve essere indottrinato.
Ogni novità che intacca lo status quo dello Stato rischia di diventare minaccia per la religione, e ogni attacco alla religione è un attacco alla stabilità dello Stato.
L'arte, la poesia, la scienza - baluardi della libertà di pensiero - debbono essere imbrigliati e rimanere in nicchie non troppo pericolose quando vengono tollerate.
Quindi nella società si crea un distacco tra chi sa e chi non deve sapere, tra il popolo e chi il popolo cerca di controllarlo. Da qui si forma il distacco verso la cosa pubblica, la sprezzante ironia con cui si giudica la forma di potere, il senso di perpetua immutabilità (e aimè, impunità) che affligge l'Italia. Niente può cambiare quindi tutto viene messo a tacere: scandali, corruzione, cattiva amministrazione.
Un sistema non può non cambiare, e quando non lo fa si avvita inevitabilmente su sè stesso. Per dirla con Freud, un uomo necessariamente deve compiere il passaggio dal "principio di piacere" a quello di "realtà" di fronte al mondo esterno, così una qualsiasi struttura organizzata deve cambiare, o meglio "adattarsi", di fronte all'esterno che muta. Se questo non avviene, la struttura diventa caricaturale, grottesca, non risponde più alle esigenze della società che deve rimanere "ignorante."
Stesso discorso si potrebbe fare per le idologie marxiste che hanno portato a stati "congelati", poi miseramente crollati su loro stessi.

L'altro punto a mio parere importante è che questo sistema in Italia è andato avanti anche nel dopoguerra, complice il "compromesso storico", la vera tragedia italiana.
Un altro sistema di equilibrio che tale andava mantenuto a tutti i costi: di nuovo il popolo bue, di nuovo immutabilità perchè nulla deve cambiare, di nuovo concessioni da una parte e dall'altra senza altro fine che l'equilibrio stesso, un sistema nevrotico a cui hanno contribuito in Italia tutte le forme di potere, dai partiti di governo ai sindacati, al Pci. Come conseguene poi l'essere nè carne nè pesce: pensa ad esempio al sistema economico libero-statalista in cui vivevamo, l'indottrinare da una parte e l'ideologizzare dall'altra delle masse, il tener basso il livello culturale, la resistenza a tutto quello che è nuovo. Che poi, in questo quadro, i giornalisti-oratori abbiano così tanto potere è solo un'inevitabile conseguenza.

Credo semplicemente che la resistenza al cambiamento, e quindi l'alibi che questo ha fornito per che gestisce il potere e il senso di impotenza per chi il potere lo subisce, siano una motivazione seria per capire come diamine è ridotta l'Italia.

Marco.
andrea margiotta ha detto…
Ciao Marco,

il Belli scriveva "Che predicava a la missione er prete?/Li libbri nun zo robba da cristiani./Fiji, pe'carità, nu li leggete!... In effetti, più che la Chiesa in senso vasto, io accuserei certo clero e certo clericalismo...La Chiesa è fatta da uomini imperfetti, del resto... Tuttavia, la tua analisi non spiegherebbe il fatto che, in alcuni paesi come i regimi del vecchio comunismo, o in altri di lingua ispano-americana, gravati dalle varie dittature, sia rimasta una certa serietà nella considerazione delle cose d'arte e della poesia - che poi è quello che mi interessa principalmente come base di una civiltà non appiattita al modello volgare della televisione - E poi dimentichi che, anche prima del 1870, abbiamo avuto fior di poeti e scrittori le cui opere circolavano...Preferirei essere bruciato come Giordano Bruno in piazza per le mie idee, piuttosto che essere silenziato dal nulla... Io purtroppo penso che il fattore antropologico conti non poco (è vero, il tessuto antropologico degli italiani non è omogeneo, ed infatti ci sono gestioni diverse della cosa pubblica...); che però ci siano anche cause economico-politiche e storiche di un passato più prossimo... Una data? La fine della seconda guerra mondiale e la nascita della Repubblica... Si poteva fare molto, molto di più e meglio...

andrea
marco ha detto…
Ciao Andrea,
ed in effetti ho distribuito le colpe equamente tra lo Stato pontificio - inteso appunto come Stato - e il compromesso storico che ha strisciato in Italia dal dopoguerra, per avere poi la sua consacrazione con la politica morotea.

Non mi sono affatto fermato al 1870.


Annoto poi un'altra cosa, in merito al tuo riferimento ai paesi ex-comunisti e a quelli ditattoriali.

Primo: le dittature spesso hanno bisogno di poeti e d'arte come via di incensazione del regime e per rinfocolare l'orgoglio nazionale (pensa a D'Annunzio durante il fascismo, per fare l'esempio dell'Italia).

Certo che nel dopoguerra si poteva fare meglio, e forse la costituzione è il meglio che poteva essere fatto.

Ma il dopoguerra è stato anche quello degli slogan "dentro l'urna Dio ti vede, Stalin no", giusto per citare il primo che mi viene in mente.
A chi si può lanciare un messaggio del genere se non si considera un popolo come una mandria di buoi?

La verità è che si è dimostrato più facile suggestionare piuttosto che convincere con le parole. E più si è ignoranti, più si è suggestionabili. Dunque il popolo doveva rimanere bue.
Questa è stata una grande colpa "storica" della Democrazia Cristiana.
A destra e a sinistra - a torto o a ragione - si discuteva di più, si pensava di più, si provava a convincere di più.
La Dc, forte della sua immeritata considerazione come partito cattolico, ha preferito giocare sul messaggio religioso piuttosto che su quello politico, riproponendo ancora la confusione tra religione e politica.

E come sai - da quanto ho intuito sei cattolico, se non erro - la religione ha dogmi che non vengono discussi.
La politica e la società no.

Ricordi il Galileo di Brecht? Come posso dire al bracciante che il sole non gira più intorno alla terra senza che il potere del feudatario venga distrutto? Chi più gli crederebbe?

Non so. Questa non credo sia la soluzione del problema che poni, ma credo siano spunti per far riflettere.
Se poi pensi al modello di politica berlusconiano, è la riproduzione in altri termini del modello a cui accennavo prima. E non mi sembra che il messaggio "spot" berlusconiano sia proprio per raffinati pensatori.

Non ne faccio una questione di politica, di parte, ma giusto di metodo.

Ciao e a presto,
Marco.

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