Su Merlin critico angusto e poeta amatoriale…




Quante volte io e Merlin abbiamo incrociato le spade in rete… Come I duellanti del bel film di R. Scott...
Se volete una parola definitiva, autentica, giusta e vera sulla questione, dovete continuare a leggere questo post…
La rivista Atelier in superficie è sembrata a molti buona; si muoveva su due fronti: valorizzando una cerchia di poeti nati negli anni ’70 – alcuni bravi – e tentando un giudizio sui poeti di annate precedenti, (spesso già storicizzati) - scavalcando i nati nei ’60 … (premetto che io, per età, son più vicino a uno nato nel ’71 che nel ’63…) … Forse accorgendosi di questo peccatuccio veniale, il Merlin suddetto, ha steso – in apartheid - un lungo e inutile lavoro critico su poeti nati negli anni ’60, parecchi dei quali mai sentiti nominare da me che pure cavalco nelle praterie della poesia forse da prima di Merlin (un vero limbo)…
Dal giudizio tardivo e risentito - (ammesso che si possa definire tale un’ accozzaglia di battutine) - che Merlin ha dato al mio primo libro, in quindici righe avvelenate, cafonissime e incivili, che tanti dei cosiddetti Blanchot de noantri avevano goduto a leggere (perché molti poetucoli, di fondo, non sono un granché umanamente, soprattutto se ancora frustrati da una propria emarginazione e sgomitanti e contenti appunto quando qualcuno spari a chi sia più cigno poetico di loro…) io pensai che il Merlino o stava facendo una recita per il pubblico, un’esibizione retorica di violenza gratuita e isterica, o era un critico parecchio incapace…
Se lo avessi avuto nei paraggi, lo avrei preso per un orecchio e gli avrei dato tante di quelle percosse e sganassoni che dopo si sarebbe occupato come minimo di giardinaggio; ché con certi soggetti, penso funzionino più gli schiaffoni che la dialettica…
Ha inanellato una serie di cazzate degne del peggior cabarettista di Zelig… Inutile riportarle tutte perché sarebbe un cattivo servizio fatto a lui stesso come pseudo-critico …
Dove il “descrittivo”, per esempio, invece che una modalità stilistica mia propria di chi guardi il mondo più che lo specchio della sua mente o il tavolo dei suoi libri, diventa una categoria negativa… Accipicchia che gran pezzo di critico, che po’ po’ di cervellone, che mente! (che mente sapendo – o forse ancor più grave non sapendo – di mentire)…
E sfregiando ironicamente un testo, da lui non capito nella accensione visionaria né nella dolcezza biografica di un momento di luce intensa – stesso testo che altri come Roberto Carifi, poeta ben più profondo, aveva riportato sulla rivista di Crocetti - Poesia n 144 - 11/2000 pag. 77-78, (ironia, proprio il numero in cui si parla dell'antologia L'Opera comune), facendolo precedere da un - “tra le più interessanti novità del panorama attuale” - senza averne alcun motivo o interesse non conoscendomi personalmente…
Vedermi liquidato così, io che mi ero macerato notti intere a Firenze, nella villa di una mia ex fidanzata, a cercare la bellezza e la perfezione di molti versi come mi hanno riconosciuto grandi critici come Citati o altri… Io che allora non avevo macchine da scrivere o computer ed ero così felice quando trovavo uno studio di architettura o un altro luogo dove poter scrivere in pace…
E che ira silenziosa doveva salirmi quando il Merlo sparava boiate gratuite su me, dopo avermi mandato due copie della rivista con bollettino allegato per l’abbonamento – invece di chiedere umilmente scusa per esser stato distratto su un ottimo libro, il mio, che aveva vinto il premio serissimo ed elegantissimo del paese di lui e della sua rivista, Borgomanero, - vinto anche da Giudici, da Sanguineti e da Pagliarani – tanto per far capire il livello – come potete verificare da voi http://www.fondazionemarazza.it/9b2.php e da altri ottimi della traduzione letteraria, - di chiedere scusa della sua “distrazione” perché troppo impegnato a titillare i cazzini dei nati negli anni ’70, insomma degli amichetti suoi di merenda, attività che poi è stato il volano per accedere in Einaudi; giusto per essere buoni… perché io non voglio credere a certe “leggende” che circolano come causa vera, che a me non interessa approfondire, essendo talvolta d’accordo che il fine giustifichi i mezzi (che non è una massima di Machiavelli ma una sintesi gesuitica rispetto a una più sottile formulazione del fiorentino…)… Scava scava, moltissimi poeti oggi noti hanno qualche scheletro nell’armadio all’origine delle loro pubblicazioni in editrici maggiori… (che poi, non si sa perché, pare essere la patente che consente di potersi fregiare del titolo di poeta senza imbarazzo e di entrare nel circolo dei poeti pseudo-veri fatto di recensioni reciproche e collaborazioni giornalistiche…) – ma non è questo che mi preme… Merlin ha lavorato bene per i suoi personali interessi: ma ha lavorato molto male per gli interessi di poeti altri che non fossero quella generazione che doveva essere la claque alla sua ascesa, la testa d’ariete per gettare giù il portone di una grande editrice: la luce per poter brillare un po’ di riflesso… Ma quale era il fine che giustificava eventualmente il mezzo? Il fine è stato mettere in vetrina il libretto di un professorino più versificatore che poeta, più di scheletro che di cuore… Un libro che non commuove…

Buon stratega Merlin, ma pessimo critico e poeta così così… Diciamo che è un poeta che scrive poesie come Ingres suonava il violino… Amatoriale… Con la preoccupazione – comune a molti poeti “professionisti” ma anche a tantissimi dilettanti – di avere una solida struttura di base, un’impalcatura per non tentare il salto nel buio, o per non far scadere il suo poetare a un discorso logico ragionativo argomentativo : come sempre si uccide la bellezza… Per capire certi danni moderni consiglio a tutti il bel libro di Stefano Zecchi (che non è solo un personaggio tv, ma soprattutto un serio e “politicamente scorretto” docente universitario di Estetica) intitolato L’artista armato
Forse è stato Ladolfi, in realtà, la vera anima segreta di Atelier, il vero motore: al quale si possono perdonare certe scivolate come la sua recensione al libro di Merlin, che esaltava un manufatto in fondo medio come se avesse scoperto il nuovo Eliot sulle rive del torrente Agogna (nomen - omen)… Ma si poteva capire la commozione dello scopritore del “genio” di Borgomanero…
E invece due critici intelligenti ma non partigiani come il Berardinelli e il Di Spigno ne mettevano in luce i limiti; uno in maniera involontaria, facendo la recensione al libro di Merlin ma parlando sempre quasi solo di Sereni e l’altro parlando anche del libro in questione ma severamente e come di un sereniano fin troppo sereno…
Tuttavia, è stato Guido Mazzoni che ha detto una indubbia verità nell’ultima parte della sua recensione quando scrive “Il problema è che troppo spesso, nel Cielo di Marte, il discorso sulla realtà si irrigidisce in forme e modi che tolgono vita alla rappresentazione della vita. Per evitare che l’impalcatura classicistica si trasformi in una gabbia, e la ricerca della forma in un esercizio scolastico, sarebbe forse opportuno, per dirlo con una metafora meccanica, allentare i giunti di questa costruzione lasciando entrare più disordine stilistico, più immediatezza esistenziale”.

Pienamente d'accordo con quest’ ultima parte del giudizio di Mazzoni, che poi è l’unica dove vi si formuli un giudizio essendo la prima, diciamo così, esplicativa; il quale, per trovare quel surplus di vitalità e verità potrebbe leggere il mio primo libro o ancor meglio il secondo che sto cercando di pubblicare (con molta flemma inglese...)... Questa di Mazzoni a Merlin è un po' la medesima critica che io rivolgo a molti poeti della covata anni '70 (tranne alcuni): poca algosità subacquea, poca sorpresa e poca vita... E poca visione… Come se avessero ben studiato (e il che non è male) ma non fossero poi accompagnati da una forza di follia eversiva e dal coraggio di osare e da quel più di vocazione e autenticità che fa il poeta memorabile...
Appunto una poetica da cazzini… Una poetica che non cum-movet... Che può piacere a critici cazzoni ma non a critici e poeti cazzuti!
Io, dopo il secondo libro, abbandonerò la poesia perché ci sono a giro troppi critici mediocri come Merlin, troppi poeti sfigati, leccaculo, sgomitanti e disinteressati al lavoro degli altri - gente noiosa - e pochi critici bravi come Mazzoni o Lagazzi… E non esiste un pubblico …
E mi fa fatica andarmeli a cercare con il lanternino, chiedere indirizzi email, andare di telefono e di vocina dolce, non mi piace… dunque io sono il classico poeta che abbia bisogno di una buona distribuzione… (cioè del lavoro serio di un’editrice seria, dietro…)…
Perché lascio tutta la libertà di amarmi o odiarmi, però mi devono perlomeno cercare, trovare, annusare in libreria… Senza doverli rincorrere o ingraziarseli, i critici…Ché non sono il tipo…
Sapete qual è in verità il grosso problema? La mia croce è che io non ho manie di superiorità: sono realmente superiore…
Che fatica!…
(Orson Welles, da lassù, mi sta facendo l'occhiolino... Lui sì che ha dovuto penare contro gli idioti ed era un genio vero mica uno appena un po' geniale...)

Commenti

Anonimo ha detto…
caro Andrea, ho letto. in effetti la poesia non accende i riflettori :-)

ma quando dici "sono superiore" rispetto a cosa lo dici? a tanti poeti dei pagaggi o al maschio bianco europeo?

gugl
andrea margiotta ha detto…
Ciao Stefano,
grazie della tua visita...
be', a parte che è un po' una boutade però con un suo fondo di verità...
Questa presunta superiorità ovviamente non la intendo in senso biologico-razziale, assolutamente no... Ma in senso creativo-intuitivo e rispetto ad altri artisti... Poiché ritengo che ci sia del vero nelle affermazione di Croce dell'arte come intuizione-espressione, e avendo io tali doti molto sviluppate... Insomma, è una di quelle convinzioni personali che, se uno non sia matto o poco autocritico, sono spesso vere... Così come penso di esser un cane da tartufo per scovare certe verità... Ritengo che la mia Weltanschauung sia una lente che faccia veder meglio l'essenza delle cose... Senza mio merito poiché mi rifaccio alla tradizione cattolica...
Sono una di quelle persone che pagano molto dell'inflazione moderna di artisti e creativi e della mancanza, almeno in Italia, di una griglia meritocratica piuttosto che di una rete amicale...
Sai, ai tempi di Monicelli giovane, nessuno voleva fare il regista... (questo è solo un esempio)... Elemire Zolla ha parlato di questa confusione delle vocazioni favorita dalla democrazia...
ti saluto
and.

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