Umanamente uomo


Ho deciso di riprodurre la postfazione provvisoria al mio secondo libro di poesie, di probabile prossima e gattesca pubblicazione...Senza il corredo di citazioni in epigrafe...Nonostante il mio essere inguaribilmente libertario e affrancato da dichiarazioni, valga come mia possibile proposizione di poetica...
Andrea Margiotta
POSTFAZIONE


Questo è un libro dai colori autunnali: un libro purgatoriale. A un certo punto, dopo il mio precedente Diario tra due estati in cui ricercavo la bellezza con curioso spreco di mezzi e virtuosismi stilistici, mi sono reso conto che mi mancava qualcosa. Occorreva uno sguardo più da aquilotto sulla realtà; dove, ciò che appariva lampante, era la perdita d’aureola del genere letterario: la poesia non ha più il posto d’onore che aveva nei secoli passati; essa è stata spodestata, defraudata… Mi interessa la nuda constatazione del dato reale: non voglio inoltrarmi nei territori di competenza dei sociologi letterari o antropologi o storici della cultura e delle idee.
Ci sono poeti che continuano a scrivere ignorando tale stato dei fatti, seguitando nei loro preziosismi, nelle loro avventure mentali che spesso non interessano a nessuno…Ci sono critici che pensano ancora d’essere la coscienza del paese e perseverano non dismettendo il loro abitus mentale e non rinnovando e adeguando i loro strumenti alla nuova realtà. Ci sono critici e poeti che scrivono libri come se, dalla parte dei lettori, ci fossero ancora i Montale, i Contini, i Calvino, i Pasolini, i Fortini, i Sereni, nell’illusione che esista ancora una comunità letteraria: ma non è così… Potrebbe sembrare banale, ma è l’esatta descrizione di una realtà drammatica: non esiste più una comunità (tantomeno letteraria): ci sono solo migliaia di atolli o, con una metafora più siderea, tanti astri più o meno luminosi in un grande cosmo di indifferenza, in un tempo straniero che impone ritmi alquanto disumani. La realtà umana diventa sempre più mass-mediatica e virtuale. I confini tra realtà e finzione televisiva, tra realtà e virtual-game, appaiono sempre più labili (l’avevo accennato in un componimento poetico del mio precedente libro…). Oggi anche l’omicidio tragico di periferia, o quello “istituzionalizzato” delle guerre, sembrano avere la semplicità e la rapidità dei videogames…
Si potrebbe tranquillamente dire: la poesia è morta come un’Ofelia annegata nel fiume…Si potrebbe dire se non ci fosse un dato reale, chiaro, a smentire ciò: milioni di persone scrivono poesie, milioni di persone affidano ancora al verso i segreti, i pensieri più riposti delle loro vite, le memorie; a parte i risultati, in certi casi disastrosi da un punto di vista letterario e comunicativo, occorre intenerirsi per tutto questo: intenerirsi per il carabiniere che scrive poesia o per la madre di famiglia “in distici”… Ciò significa che la poesia non è affatto morta e, dunque, non è morta neppure l’umanità, nel suo desiderio di senso e di giudizio sul mondo.
Tuttavia, c’è da combattere con chi, detenendo un potere economico e mass-mediatico, avrebbe interesse a distruggere tutto questo patrimonio per creare uomini vuoti, senza giudizio, i quali abbiano come desiderio e come ultimo orizzonte quello di guadagnare tanto, pensare poco e consumare il più possibile per far guadagnare altri. Si chiama: politica dell’aumento dei consumi; essa non sarebbe diabolica se non procedesse in stretta alleanza con lo svuotamento dell’umano, intendendo uno svuotamento spirituale e culturale che si traduce in una perdita della libertà di giudizio; facoltà, quest’ultima, attraverso la quale si edifica la propria personalità nel mondo.
La poesia è una delle pochissime cose che restino alla persona per dire: “Io sono”…
Spesso mi chiedo: “A che serve essere multimiliardari se si vive la propria vita come stranieri? Che serve se uno si prende tutto il mondo e poi perde sé stesso?”…
Si parte dalla persona (io, tu) … Ecco l’esigenza di codesto libro: tentare un gesto, la poesia come gesto attivo e attraente, la poesia che cerca una comunità, quindi una comunicazione, un abbraccio… La parola poetica vuole incontrare la singola persona, raggiungerla nei posti più impensati e inauditi. Per questo motivo non si può più giocare alla contemplazione della bellezza con l’esercizio e l’ausilio di mezzi squisiti; occorre la stretta di mano che incontri il singolo uomo.
I mutamenti sociali e antropologici, si sono riverberati nel mare del linguaggio della gente, e, per forza di cose, toccano l’idioletto del poeta (almeno del poeta che non vuole parlare dalla sua torre…).
Si troverà, quindi, un libro sporco, impuro, quasi non finito, come sporca è l’epoca che ci tocca…Un esempio?
Anni fa, ricevetti le strane lettere di un adolescente poeta; tali missive, quasi messaggi in bottiglia, sono accolte in questo libro, rielaborate al minimo, come documento, come testimonianza dell’adolescenza; che non è, come voleva il Garin in un saggio su Leopardi, il periodo delle domande inutili, bensì quello delle domande capitali della vita.

Se la poesia diventa gesto, non si dovrebbe tanto giudicarla sul piano della bellezza qualitativa, quanto su quello dell’efficacia: un gesto vale se porta qualcosa di buono nell’altra persona, se raggiunge il suo scopo; il gesto vince se porta una crescita, un aumento d’umanità, una soddisfazione; appare secondario se sia bello o brutto in sé… Quanti gesti, nella loro bellezza estetica, si dimostrano meramente inutili? Questa è un’ epoca curiosa: al bello falso e di cartapesta che riluce dalla televisione e dal cinema, fa da controcampo lo sporco e il brutto (anche dei sentimenti) nella vita quotidiana, nella vita reale dei più…
Ma la bellezza è tale solo quando sia anche comunicazione di senso: la bellezza vuota è come una bella donna che non trasmette nulla, che resta fredda, inanimata, che non scalda il sangue, che non possiamo possedere…
Un termine che si associa quasi naturalmente alla bellezza è piacere, inteso oggi solo in un’accezione erotico-sessuale; ma, se si pensi a Dante che nel canto 33 del Paradiso, riferendosi a Dio, usa l’espressione “sommo piacer”, s’intende quanto riduttivo (e fuorviante) sia l’uso moderno della parola che ha una potenzialità semantica ben più vasta. Chiarito il significato di piacere in senso “dantesco”, si può capire anche quello di bellezza in senso “tomistico”: ovvero la bellezza come splendore del vero; quindi dovrebbe essere più perspicuo quanto ho detto prima sulla bellezza come comunicazione di senso.
Insomma, il gesto della poesia vuole comunicare (e cercare) un senso e la comunicazione di senso è ciò che veramente rende non vuota e fredda la bellezza.
Il centro unitario del libro è ancora, come nel precedente, l’esigenza autobiografica di obbligare la ricerca poetica al vaglio degli avvenimenti, degli atti della vita: di trovare rimbaudianamente la verità “dentro un’anima e un corpo”. Però, in questa occasione, più che al ragazzo di Charleville, pensavo al maestro di tutti, Baudelaire, al suo non concluso e frammentario Mon coeur mis à nu, al cui progetto l’autore teneva oltremodo, come testimoniano alcune lettere.
Oltre al centro vero e proprio, ovvero ai Quadri… e alla loro variante più estremistica costituita dai Portraits for Mr. Bacon, il libro è composto di poche sezioni: le Lettere bolognesi sono i messaggi in bottiglia dell’adolescente; i sogni (o incubi) di Gli occhi della mente o del sogno, rappresentano sospensioni apparenti delle facoltà razionali per approdare a una forma di conoscenza per ardore visionario (di tipo orientale più che occidentale); le Testoriane, infine, sono tre antichi e giovanili omaggi ad un autore, Giovanni Testori, che purtroppo ho conosciuto di persona troppo tardi e fugacemente ma che continuo ad amare nell’opera sua.
E, infine, la Suite portoghese che è il centro metaforico-emotivo di questo libro…
Si offre, dunque, questa stoffa tessuta come la luce in un caleidoscopio, dove ogni parte vive per sé ma si spera che ognuna irradi la sua propria sulle altre, in una circolarità luminosa; e che la mancanza di compattezza e unità non sia troppo rimpianta …Fossi stato un giovane allievo di Rodin, secondo la sua idea di armonia delle parti, mi avrebbe forse “rimproverato”…D’altra parte, nell’eterna tensione polare tra la categoria di barocco (nella quale molti inglobano anche il romantico…) e quella di classico, si può facilmente intuire la mia ascendenza: perdutamente barocca…Ma l’unità e l’omogeneità in codesto libro non credo sia da cercarsi entro il perimetro di una costanza stilistico-formale, bensì in un ritmo sincopato, in accensioni improvvise e spegnimenti: in un’ aritmia del cuore, nelle svolte improvvise del respiro. Dimodoché, l’apparente disomogeneità possa apparire come l’assunzione di varie maschere, le quali non si mescolano in una carnevalata fine a sé stessa, ma tallonano qualcosa di misterioso, cui ci si approssima ma non si tocca…Una bruciante, furiosa ricerca di senso…Tendersi per aprirsi in un abbraccio, e per riceverlo...

© 2006 Andrea Margiotta


PS Le foto sono state scattate durante viaggi vari: Isola d'Elba, Parigi, Salento e Portogallo. Escludendo, per ragioni di privacy, la bellissima principessa che mi accompagnava, alla quale il libro sarà dedicato...

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