Hereafter: capolavoro solo annunciato?



L’ultimo film di Clint Eastwood Hereafter è un capolavoro come da più parti si scrive? (ma esiste anche qualche voce che dissente). Se fossi un esperto di statistica, vorrei studiare la casistica su quanti veri e oggettivi capolavori del cinema abbiano avuto un immediato riconoscimento da parte di pubblico e critica: e allora prendo, tra i non pochi a disposizione, un titolo meno scontato quale La morte corre sul fiume, anche esso di un attore che passò dietro la macchina da presa, C.Laughton : ai tempi - (1955) - non suscitò grandi entusiasmi tanto che il regista-attore non potè dare un seguito alla nuova “vocazione” …

Invece Hereafter mi pare osannato da più parti, da subito.

Da qui, una considerazione: cosa s’intende per capolavoro? Per me, il capolavoro è come un’aquila che vola troppo in alto per essere vista immediatamente ma che pure la si possa scorgere sia pur vagamente: per farlo, occorrerebbe un punto di vista alto per lo meno quanto il volo del nobile volatile …

Seconda considerazione, più personale: ritengo il film Hereafter inferiore ad altri di Clint Eastwood (un regista che considero tra i più grandi ma non geniale come per taluni critici, forse perché ho cuore e mente più dalle parti di Orson Welles e di Ejzenstejn, di Truffaut, Rossellini e di Tarkovskij che da quelle di Griffith o di Ford), inferiore, solo considerando gli ultimi lavori, a Mystic River, a Million Dollar baby, a Changeling e a Gran Torino: dunque come può essere un capolavoro? Non sono prive di fondamento, a mio avviso, certe critiche e perplessità dello scrittore Luca Doninelli sulle pagine de Il Giornale: titolo: “Peccato, anche il duro Clint cade nella melassa new age”, Il Giornale, 7-1-2011.

Bene: cominciamo da alcune considerazioni, diciamo così, molto marginali: l’effetto speciale all’inizio, che ricrea l’impatto devastante dello tsunami è eccezionale – come ha scritto qualcuno - o invece non è un granché? come ha scritto Maurizio Cabona – sempre sulle pagine de Il Giornale, in un articolo – mi pare – comunque elogiativo ma senza troppi squilli di tromba.

E la mamma drogata e instabile con la macchina nuova di zecca? E la dottoressa che si chiama Rousseau ma che – stranamente, dato il cognome – non parla in francese con la protagonista di una delle tre storie emblematiche del film (quella francese appunto. Io credo che sia un espediente dello sceneggiatore per non disperdere in un’altra lingua un momento importante nell’evoluzione del personaggio interpretato da Cécile de France) …

Ma questi sono solo dettagli di importanza minima. La moda o consuetudine di film con episodi che si intrecciano (un’evoluzione più intelligente, raffinata e sofisticata dei film a episodi staccati che tanto piacevano ai produttori di qualche decennio fa) o ha uno sceneggiatore bravo quasi come il nostro grande poeta Ludovico Ariosto dell’Orlando Furioso, nel tenere sempre il bandolo della matassa oppure rischiano di essere spunti abbozzati ma privi di sviluppo, con l’aggravante di diluire ritmo e tensione: Amores perros di Iñárritu e Mary di Abel Ferrara mi paiono – da questo punto di vista – migliori di Hereafter. Tanto per non scomodare il Kieslowski dei Tre colori e del Decalogo …

In Hereafter sembra quasi che le tre storie comincino con la fretta di arrivare al momento in cui i tre si incontrano e, ciascuno, trova la sua risoluzione di conflitto: il bambino impara a non appoggiarsi più alla presenza del suo gemello, la giornalista francese e il medium americano incrociandosi troveranno probabilmente l’amore e la corrispondenza o similarità di certi loro bisogni interiori profondissimi … Nel suo complesso, Hereafter è un bel film che scava in maniera discreta e delicata nelle emozioni del pubblico, ma da qui a gridare al miracolo o al capolavoro, ne corre! La presenza dei morti tra i vivi? Ma con quale maggiore raffinatezza artistica lo aveva trattato J.Rivette nel suo Storia di Marie et Julien o – in un contesto culturale molto lontano dal nostro – il film (quello sì – a mio avviso – forse un capolavoro) Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti del quarantenne Apichatpong Weerasethakul, vincitore a Cannes …

Insomma: sarà pure che, autore dello script, l’inglese Peter Morgan (come scrive il critico Alberto Crespi) sia considerato lo scrittore di film del momento, ma io ci vedo una sceneggiatura che, pur riuscendo bene nel caratterizzare i personaggi nei tre episodi, manca di insufflare lo spirito vitale, di vita propria e autonoma – agli stessi e alle loro storie …

Intelligente e ben scelto invece il momento in cui il gemello morto decide di rivelare la sua presenza prima dell’attentato in metropolitana (realmente accaduto anni fa), facendo cadere il cappellino al fratello vivo che, dunque, perde la metro nel tentativo di recuperare il copricapo e si salva …

Lo scrittore Doninelli ha accusato il regista di cadere in una specie di melassa new-age, un po’ modaiola e d’aver confezionato uno dei suoi film più conformisti, e, di conseguenza, accolti bene dalle sentinelle del pensiero più in linea …

Aggiungo: e il “messaggio” – se proprio lo si voglia sviscerare – è la forza virile e stoica e individuale dell’accettazione del proprio destino con la speranza – ottimistica – della possibilità di una vita oltre la morte, che tutto non finisca o si risolva su questa Terra …

In barba a tutte le religioni con i loro riti, dogmi e quant’altro che “pretenderebbero” di ingabbiare l’oceano smisurato e la forza impetuosa del Mistero della vita e della morte.

L’essenza vera della propria vita contro il potere di qualsiasi istituzione o società.

(Ma, nel caso specifico del cristianesimo: bisognerebbe come minimo verificare seriamente questa pretesa: potere e controllo o, invece, rispetto, nella continuità, del metodo con il quale Cristo si è manifestato nella storia dell’uomo?).

E non ha tutti i torti, Doninelli, anche se Hereafter prende un po’ in giro certi ciarlatani americani pseudo-sensitivi che campano sulla creduloneria delle persone ma anche sul dolore delle stesse per la perdita dei propri cari …

Non so se - come dice Doninelli, ma la fonte è una frase di Don Giussani – :“Al cristianesimo, che conosce il senso della sconfitta meglio di Clint Eastwood, non interessa molto l’aldilà, a meno che non sia già dentro l’al di qua. Più della sopravvivenza dell’anima il cristiano chiede la resurrezione della carne, e più della vendetta gl’interessa essere perdonato. Su questa terra, in questa vita” ...

Non so, ma mi pare molto ragionevole l’affermazione di Doninelli … Più di alcune narrazioni sul tema dell’aldilà o della presenza impalpabile dei morti tra i vivi, le quali assomigliano a certe cose del tipo: “c’è vita su Marte?” e che non hanno la forza poetica di un Tarkovskij o la tensione ascetica di un Bresson o la sublime bellezza e nitore di un Dreyer e del suo “nipotino” Lars von Trier, quello di Breaking the Waves - tit.italiano: Le onde del destino

Andrea Margiotta

Commenti

Anonimo ha detto…
Questo è stato un bel articolo da leggere, grazie per la condivisione di essa.
Anonimo ha detto…
Che un bel post. Adoro leggere questi tipi o articoli. Posso? T aspettare di vedere ciò che altri hanno da dire.

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