Breve ma veridica microstoria della poesia italiana, dal 2000 ad oggi (dalla mia specola...).


 

Cominciai ad affacciarmi sul mondo della poesia verso la metà degli anni Novanta, quando fui pubblicato (assieme a Daniele Piccini) nella rivista "clanDestino" (al tempo, solo cartacea oggi anche online https://www.rivistaclandestino.com/), con una bella introduzione del poeta Andrea Gibellini. Questa uscita fu notata (in positivo) da Piero Bigongiari e da altri e mi aprì le porte di casa Luzi, a Firenze.
Anche Maria Grazia Calandrone (che ha quattro anni più di me) la ricordo pubblicata forse nello stesso periodo (ma ignoro se avesse già esordito altrove).
In verità, ero già stato pubblicato nel '90 o '91 (non ricordo) sulla stessa rivista, quale vincitore di un premio universitario, ma considero l'altra la vera e propria epifania «ufficiale».
Il mio interesse per la poesia coincise, più o meno, con l'incontro e la frequentazione del giovane Rondoni, che mi seguiva molto ed era una guida (anche per quegli anni in più che ha); dunque risale al tempo in cui ero ancora al liceo, verso il 1987.
La pubblicazione sulla rivista (che devo soprattutto all'interessamento di una bella ragazza, con la quale ebbi pure una storiella e ad Andrea Gibellini che ancora conoscevo solo di vista) mi portò qualche vantaggio anche con qualche altra ragazza con il vizietto della scrittura. Gente come Antonio Riccardi, il boss della collana dello Specchio di Mondadori, per alcuni anni, aveva letto i testi pubblicati, ma era rimasto più colpito da quelli contenuti in un manoscritto inviato, che sarebbe poi diventato il mio libro d'esordio.
Pubblicai il libro d'esordio, Diario tra due estati, L'Obliquo, Brescia, nell'estate del 2000. Ebbi recensioni, lettere private e vittorie o segnalazioni in due dei quattro premi a cui partecipai (ma nei due dove non risultarono vittorie o menzioni verbalizzate, ci fu la segnalazione di Maurizio Cucchi, anche recensore sulla Stampa di Torino, per sua ammissione).
Poi cominciai a lavorare nel cinema (dalla porta principale, avendo conosciuto Aurelio De Laurentiis e, poi, Domenico Procacci) e la poesia passò in secondo piano; non tanto come lettore quanto come scrittore.
Ho seguito la microstoria della poesia italiana, dal 2000 ad oggi, sia pure un po' defilato; critici come Paolo Lagazzi (lettore molto tardivo del mio primo libro) mi ritenevano più che degno di comparire in antologie ecc. In verità, però, sono presente (che io sappia) solo in una antologia: quella curata da Isabella Leardini, per un'edizione di Parco Poesia, pubblicata da Guaraldi (dove compaiono quasi tutti i poeti della generazione degli anni '70 e forse anche qualcuno degli anni '80 che avrebbero, negli anni, circolato come «cavalli buoni»).
Non sono presente in altre antologie, semplicemente perché non avevo rapporti con i curatori, che neppure mi conoscevano; e non ho fatto "carte false" per farmi conoscere. O forse, qualcuno mi conosceva pure, ma non dovevo essere il suo «tipo». In tempi recenti, il critico e poeta Giorgio Linguaglossa mi ha dedicato (bontà sua, pur non conoscendoci di persona) due acuti interventi, su testi tratti dal mio primo libro.
Ho visto la generazione dei nati a partire dagli anni '70 (io sono del tardo '68) esplorata e «vivisezionata» assai di più, rispetto a quella dei nati nei Sessanta; questo per due motivi: 1) perché era la generazione del direttore della rivista "Atelier", Marco Merlin, il quale ha contribuito non poco a lanciare una schiera di poeti suoi coetanei; 2) perché gli editori capirono che le antologie generazionali vendevano molto meglio dei libri interi individuali.
Questo continuò anche con i nati negli anni Ottanta ecc.
Giusto è il puntare l'occhio di bue sui giovani (però, quando ero ventenne io, non ci filava nessuno: c'era più attenzione ai giovani narratori, anche grazie a Tondelli o ad altri); tuttavia, centrare troppo il discorso sulle generazioni può amplificare ancor più la cosiddetta «incomunicabilità» tra le stesse e viziare quella specie di sit-com generazionale, dove i poeti o critici di una certa generazione frequentano soprattutto i testi dei loro coetanei o amici; e, se devono occuparsi di qualche poeta al di là della propria cerchia generazionale, puntano su nomi più o meno noti, talvolta anche per un eventuale tornaconto personale, specie quando i suddetti poeti più vecchi abbiano un qualche potere editoriale; ma esistono, suppongo, anche lodevoli eccezioni... Un mistero, poi, sono le traduzioni all'estero, che mi pare dipendano più da rapporti e relazioni che dal riconoscimento diffuso di certi valori. Questo anche perché oggi è più difficile ritrovare un'oggettività di valori, come accadeva in epoche passate. Inoltre, essendo aumentato a dismisura il numero degli scriventi, si fa fatica a riconoscere quanti di questi siano da considerarsi scrittori; e quanti, tra codesti scrittori, siano da considerarsi interessanti e stilisticamente consapevoli. La critica militante fa quel che può o, in molti casi, getta la spugna... Ma qualcosa pure si muove.    
Personalmente, non ho sentito troppo questo stacco: non ho legato con Merlin ed altri, ma mi trovai in sintonia con Federico Italiano, della stessa scuderia e «annata»; e questo vale anche nel mio rapporto con autori degli anni Ottanta e Novanta, che pure non hanno potuto conoscermi, non pubblicando da circa vent'anni (ma c'è un mio libro in programma per il 2022, presso un editore importante).  
Se fossi capace di invidie (tra i pochi difetti che non ho mai avuto), invidierei compagni di strada o conoscenti o miei ex professori o neppure conoscenti, per la loro attenzione ai giovani; che però è anche un modo per fare proseliti, unendo l'utile al dilettevole. Non lo dico polemicamente o moralisticamente, eh! C'è chi ha una vocazione didattica e chi no. C'è chi si coltiva, negli anni, un pubblico di lettori e chi no... 
Aggiungo che alcuni poeti (oggettivamente non superiori a me, anzi, né ad altri) hanno avuto l'opportunità di uscire in case editrici maggiori, beneficiando di una qualche attenzione anche da una critica sonnolenta e pigra nell'occuparsi di un genere così marginale e fuori mercato come la poesia e da lettori comuni assai influenzati dal marchio o «griffe»; con la latitanza della critica, la "sinopia" del microcanone poetico si è disegnata  in rapporto al peso e prestigio degli editori... Questo però non vuol dire che non siano stati anche «bocciati» alcuni poeti usciti nelle major... e, di contro, che non siano venuti fuori altri nomi, anche grazie al lavoro di scouting di editrici più piccole o di Franco Buffoni, con i suoi Quaderni.
Concludo dicendo che, negli anni, ho visto crescere l'attenzione verso la poesia e questo mi piace; tra i poeti più giovani che mi hanno colpito, metterei: Serragnoli – quasi mia coetanea – Fossati, Italiano, Maria Borio, Melania Panico, Gerardo Masuccio e Gabriele Galloni, ma ho notato cose interessanti anche in altri e sicuramente (per mancanza di tempo) non ho potuto mettere a fuoco tante scritture. Antonio Bux, poi, fa storia a sé: un fiume in piena, troppo vasto e variegato per un'indagine che non scandagli le profondità. (In questa mobilità o inquietudine o vastità stilistica mi somiglia, benché, per taluni aspetti umani e stricto sensu stilistici, mi par d'essere più prossimo al compianto giovanissimo Galloni; e ne ho già parlato).
Quelli che non mi piacciono, non è il caso di nominarli... A parte le mie «storiche» battaglie con Marco Merlin/Andrea Temporelli, mi pare di aver «messo in guardia» solo due poeti: uno (ben considerato da certa critica del giro dei Cortellessa) mi ha confessato, anni dopo, che io avessi ragione, facendomi felice (non per uno stupido orgoglio personale, ma per la sua vita e la sua scrittura); l'altro, invece, dopo aver provato a coinvolgermi nella lettura di altre sue robe in prosa, mi ha tolto l'amicizia e il saluto...


Commenti

  1. E infatti avevi ragione, e ho cambiato tutto. e duramente grazie per la durezza ironica di allora: se no, quando iniziavo a vivere? shalom!

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